KLINEFELTER: DALLA GOFFAGGINE ALLA CONSAPEVOLEZZA, PREVENIRE SI PUÒ

Conversazioni condivise per superare gli stereotipi sulla sindrome di Klinefelter

1 – UNA TELEFONATA CHE FA RIFLETTERE

A volte una telefonata può farci guardare con occhi diversi qualcosa che abbiamo conosciuto per tutta la vita. È quello che è successo parlando con un amico con sindrome di Klinefelter, al quale, ancora intorno ai 60 anni, sono state riconosciute alcune problematiche che meritano attenzione: difficoltà di apprendimento, carenze di memoria, soprattutto a breve termine, e criticità nell’area visuo-spaziale. Ascoltandolo viene spontaneo chiedersi se alcune di queste difficoltà non fossero presenti già molti anni prima, magari durante l’infanzia e l’adolescenza, quando nessuno aveva ancora pensato di collegarle a una sindrome. E viene spontaneo chiedersi quante volte, nella vita di un bambino klinefertico, una difficoltà reale sia stata semplicemente definita con una parola apparentemente innocua: goffaggine.

2 – QUANDO LA GOFFAGGINE MERITA UN’ATTENZIONE DIVERSA

Essere impacciati, avere difficoltà di coordinazione, essere poco portati per lo sport o incontrare difficoltà nell’eseguire determinati movimenti può sembrare soltanto una caratteristica personale. Un bambino può essere considerato “poco agile”, “imbranato”, “distratto” oppure semplicemente “negato per lo sport”. Ma in alcuni bambini e ragazzi sono state osservate difficoltà nella coordinazione motoria, nella destrezza, nell’equilibrio e nella pianificazione dei movimenti. Questo non significa che tutti i bambini klinefertici siano goffi e non significa che ogni difficoltà motoria sia necessariamente causata dalla sindrome. Tuttavia, quando queste caratteristiche sono persistenti e interferiscono con la vita quotidiana, vale la pena fermarsi ad osservare e valutare con attenzione, anziché liquidarle come semplici tratti del carattere.

3 – VEDERE LO SPAZIO E TRASFORMARLO IN MOVIMENTO

Per compiere un movimento dobbiamo prima percepire ciò che abbiamo intorno, comprenderne la posizione nello spazio, programmare l’azione e infine eseguirla. Intervengono quindi percezione visiva, attenzione, equilibrio, propriocezione, pianificazione motoria, coordinazione e integrazione visuomotoria. Ecco perché è possibile avere una vista perfetta e, allo stesso tempo, riscontrare una reale difficoltà nel tradurre ciò che gli occhi vedono in un movimento fluido e preciso. È importante anche non generalizzare: nella sindrome di Klinefelter il profilo neuro-psicologico è molto variabile. Le ricerche evidenziano soprattutto vulnerabilità in alcune aree dell’apprendimento, del linguaggio, della memoria e delle funzioni esecutive. È per questo motivo che, di fronte a un ostacolo, serve un’analisi attenta per comprenderne le reali ragioni, evitando qualsiasi etichetta preconfezionata.

4 – MEMORIA E APPRENDIMENTO: NON ASPETTARE CHE IL PROBLEMA DIVENTI GRANDE

Le difficoltà di apprendimento sono tra gli aspetti neuropsicologici più frequentemente descritti nella sindrome di Klinefelter. Possono essere coinvolte, con modalità diverse da persona a persona, le competenze linguistiche, la memoria, l’attenzione, la velocità di elaborazione e alcune funzioni esecutive. Anche una difficoltà di memoria a breve termine, come quella raccontata dal mio amico, merita quindi di essere considerata nel quadro complessivo della persona, senza però attribuire automaticamente ogni problema alla sindrome. Attraverso una valutazione neuropsicologica è possibile andare oltre le apparenze, mettendo in luce punti di forza e vere criticità per costruire insieme le strategie di compensazione più efficaci.

5 – LA PREVENZIONE COMINCIA FIN DA PICCOLI

Se una difficoltà può essere individuata anche prima dell’infanzia, perché aspettare l’adolescenza o l’età adulta? Il bambino con sindrome di Klinefelter dovrebbe essere seguito sotto ogni aspetto per offrirgli lo spazio e i mezzi necessari a esprimere al meglio le sue capacità senza etichettarlo come “malato”. Una valutazione neuro psicomotoria può essere utile per comprendere come il bambino organizza il movimento e come affronta le attività che richiedono coordinazione, equilibrio e pianificazione.

6 – PSICOMOTRICITÀ, FISIOTERAPIA E TERAPIA OCCUPAZIONALE

Quando vengono individuate difficoltà motorie o di coordinazione, possono essere valutati interventi mirati. In età evolutiva la neuropsicomotricità può aiutare il bambino a sviluppare una migliore organizzazione del movimento, dello schema corporeo, dell’equilibrio e della coordinazione. La fisioterapia può essere indicata quando sono presenti specifiche difficoltà motorie, posturali o di equilibrio. La terapia occupazionale può invece lavorare sulle abilità necessarie alla vita quotidiana: vestirsi, scrivere, usare strumenti, organizzare un’attività manuale, migliorare la motricità fine e rendere più autonome determinate attività.

7 – LO SPORT NON DEVE ESSERE UNA GARA CONTRO GLI ALTRI

C’è poi un tema particolarmente importante: lo sport. Per un bambino Klinefertico, il confronto fisico con coetanei più robusti e atleticamente avvantaggiati può diventare frustrante. Per questo non sempre lo sport più utile è quello nel quale bisogna necessariamente dimostrare di essere più forti, più veloci o più resistenti degli altri. Può essere molto più efficace proporre attività nelle quali il principale avversario sia se stesso. L’obiettivo diventa allora migliorare il proprio equilibrio, la propria coordinazione, la propria resistenza, la propria tecnica e la propria sicurezza. Nuoto, ciclismo, ginnastica, arti marziali praticate in modo adeguato all’età, arrampicata e altre attività motorie possono offrire opportunità interessanti per sviluppare coordinazione, equilibrio, controllo corporeo e orientamento nello spazio. Non esiste però uno “sport Klinefelter” e la scelta deve essere individualizzata.

8 – IL RISULTATO PIÙ IMPORTANTE È QUELLO DI IERI

Quando un bambino affronta difficoltà motorie, il confronto costante con i coetanei rischia di trasformare un’attività sportiva, che dovrebbe essere di crescita, in una continua fonte di frustrazione. Se invece il parametro di riferimento diventa se stesso, ogni miglioramento assume un significato. Oggi riesco a fare quello che ieri non riuscivo a fare. Oggi posso mantenere l’equilibrio più a lungo. Oggi riesco a coordinare meglio un movimento. Oggi percorro una distanza maggiore. Questa impostazione non significa rinunciare all’impegno o alla disciplina. Significa creare motivazione attraverso il miglioramento personale, evitando che il confronto con gli altri diventi una misura del proprio valore.

9 – E IL PAPÀ? DEVE DARE L’ESEMPIO!

C’è una figura che può fare una differenza enorme: il padre. L’importanza dell’attività fisica si insegna con l’esempio: è difficile convincere un bambino a muoversi quando chi gli sta accanto passa tutto il tempo sul divano. Un papà che cammina, va in bicicletta, nuota, fa ginnastica o semplicemente dedica regolarmente del tempo al movimento trasmette al figlio un messaggio molto più potente di qualsiasi raccomandazione: “Muoversi fa parte della nostra vita”. Non serve essere un atleta. Anzi, proprio il contrario. Il padre non deve dimostrare al figlio quanto è bravo. Deve dimostrargli che prendersi cura del proprio corpo è una responsabilità quotidiana. Fare attività insieme può trasformare l’esercizio fisico da un obbligo imposto a un momento di relazione importante.

10 – PREVENIRE NON SIGNIFICA MEDICALIZZARE

Prevenire non significa sottoporre ogni bambino con sindrome di Klinefelter a una quantità infinita di esami, bensì conoscere le possibili vulnerabilità prestando attenzione al bambino. La prevenzione serve anche a distinguere ciò che richiede un intervento da ciò che rientra nella normale variabilità individuale, grazie ad un’analisi attenta che mappa le reali competenze della persona anziché fermarsi alle apparenze. Prevenire non vuol dire aspettare, ma saper interpretare i piccoli indizi quotidiani: ad esempio, se un bambino si stanca facilmente già mentre poppa, non è “pigrizia”, ma un segnale da accogliere e valutare prima che il disagio si trasformi in sintomo.

11 – IL PERICOLO DEL NEGAZIONISMO

Esiste però un ostacolo che può ritardare tutto questo: il negazionismo.

•          “Sta bene.”

•          “È intelligente.”

•          “È soltanto un po’ goffo.”

•          “Ha sempre fatto così.”

•          “Quando crescerà gli passerà.”

Sono frasi comprensibili. Spesso nascono dal desiderio dei genitori di proteggere il proprio figlio dalla loro paura. Ma la diagnosi non deve essere né drammatizzata né negata. Deve essere conosciuta. Perché ignorare una possibile difficoltà non la fa scomparire. Al contrario, può significare perdere il momento migliore per intervenire.

12 – CONOSCERE PRIMA PER INTERVENIRE MEGLIO

Il bambino di oggi è l’adulto di domani. Una difficoltà di coordinazione riconosciuta a sette anni può essere affrontata diversamente dalla stessa difficoltà scoperta a sessant’anni. Un intervento precoce può permettere al bambino di sviluppare competenze, trovare strategie alternative e acquisire maggiore sicurezza. E soprattutto può evitare che una difficoltà diventi, nel tempo, una convinzione negativa su se stesso. Perché la prevenzione non consiste nel prevedere che cosa accadrà, ma nel non aspettare che un problema diventi grande prima di occuparsene.

13 – NON TUTTO È KLINEFELTER, MA TUTTO MERITA DI ESSERE OSSERVATO

Dobbiamo anche evitare l’errore opposto. Non ogni problema di memoria, ogni difficoltà scolastica, ogni episodio di goffaggine o ogni problema di coordinazione deve essere attribuito automaticamente alla sindrome. La sindrome di Klinefelter presenta una grande variabilità individuale. Il principio corretto sta quindi nel mezzo: né negazione, né generalizzazione. Osservare. Valutare. Comprendere. Intervenire quando serve.

14 – UNA DIAGNOSI PUÒ DIVENTARE UNO STRUMENTO

La diagnosi di sindrome di Klinefelter è uno strumento di conoscenza, non un marchio che penalizza una persona per tutta la vita. Sapere che possono esistere difficoltà nell’apprendimento, nella memoria, nella coordinazione o nello sviluppo motorio non significa aspettarsi che si manifestino necessariamente. Significa essere pronti a riconoscerle. E significa soprattutto non perdere anni preziosi. Forse quella che a vent’anni sembrava soltanto goffaggine, quella difficoltà scolastica che nessuno aveva compreso, quella fatica nel ricordare informazioni appena ascoltate o quella difficoltà nell’organizzare un movimento meritavano già allora uno sguardo in più/in più. Non possiamo sapere quanto sarebbe cambiato il percorso di ciascuno se quelle difficoltà fossero state riconosciute prima. Possiamo però fare qualcosa per le nuove generazioni. Possiamo fare in modo che un bambino klinefertico non debba arrivare a sessant’anni per chiedersi come mai alcune attività gli siano sempre risultate più difficili. Sapere in anticipo cosa ci accadrà non è possibile, ma consapevolezza e prevenzione aiutano a cogliere ciò che possiamo ancora migliorare. E forse è proprio questo il modo migliore per combattere il negazionismo: non con la paura della diagnosi, ma con la conoscenza, l’osservazione, il movimento e la consapevolezza.

Note sulle esperte interpellate

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